domenica 18 luglio 2021

Prefazione al romanzo Barbarìa


 

Il romanzo Barbarìa, dell’autrice Pierangela Massaiu, è un’opera profondamente legata al realismo letterario, poiché descrive con puntualità e coerenza l’ambiente dove interagiscono i protagonisti della vicenda. Ci troviamo nella Barbagia, una zona montuosa della Sardegna centrale, che comprende paesaggi di varia natura e dalla misteriosa bellezza che, come sappiamo, ha ispirato una delle più importanti scrittrici del Novecento, la nuorese Grazia Deledda, Premio Nobel per la letteratura.

    Il paese descritto potrebbe essere uno dei numerosi villaggi di questa terra, villaggi abbarbicati sulle montagne e circondati da boschi millenari.

La società è quella tipica di un paese barbaricino, dove il contatto tra uomini e natura è viscerale. La pastorizia e l’agricoltura rappresentano i pilastri di un’economia tipicamente mediterranea.

La realtà di Orostou  ha quindi conservato quei valori che, in  altre zone della stessa Sardegna, talvolta si sono estinti oppure hanno perso la loro vitalità. Il capitalismo dell’onore è rimasto a dominare i comportamenti e le consuetudini. La perdita dell’onore potrebbe causare l’emarginazione e dunque a un relativo etichettamento da deviante. All’offesa ricevuta si deve perciò reagire, col fine di tutelare il sacro concetto del “Nome” proprio e della famiglia d’appartenenza. 

La scelta dell’autrice di non specificare un asse temporale nella vicenda trova le radici in un interrogativo;  la vendetta barbaricina appartiene solamente a un tempo passato o vige ancora oggi in determinati contesti sociali? Si parla quindi di mutamento o di resistenza delle dinamiche che fanno da contorno al codice d’0nore. Eventi recenti verbalizzati nella cronaca fanno presagire che alcune condotte non siano affatto scomparse. L’odio, padre delle faide, viene considerato un virus  forse latente in attesa di ripresentarsi senza tener conto degli avvenuti processi di modernizzazione. Concetti come disonore e oltraggio vivono indisturbati nonostante l’importante impronta dei vari movimenti educativi e culturali. 

È proprio partendo da questi presupposti che si potrà comprendere il romanzo di Pierangela Massaiu. L’autrice è brava nello scattare delle vere e proprie istantanee che delineano minuziosamente l’essere un ragazzo o una ragazza della moderna Barbagia, e lo fa anche con gli occhi di professori o forze dell’ordine che della Barbagia non sono. Per esempio, il professore che osserva gli alunni e incuriosito ne studia le posture notando un’ adultizzazione gestuale, oppure il Commissario che svolge le indagini intorno a un omicidio, che non riesce a comprendere condotte proprie dell’essere sardi.  

Ad ogni modo sarà il concetto di “onore,” il perno su cui ruoterà la vicenda. Proprio per difendere l’onore della famiglia il protagonista cambierà in toto la sua vita, e la vendetta sarà il motivo dominante dei suoi comportamenti. Il motivo del mutamento sarà la morte del padre, assassinato tra le strade del paese durante una delle tipiche feste religiose. 

Il ragazzo non assumerà una decisione in proposito, ma si comporterà di conseguenza come se la vendetta non fosse una scelta, ma atto coerente e indispensabile alla più grande delle offese: la vendetta concepita come principio di causa – effetto come se fosse legato alle ferme leggi della fisica. Insomma, non potrebbe essere altrimenti. L’autrice ci descriverà i fatti con una scrittura scorrevole, che talvolta assume tratti lirici. Nei confronti del lettore si collocherà come mera narratrice, senza riportare giudizi personali su fatti o personaggi. La vicenda sarà presentata come un fedele resoconto di una storia toccante, dove le travolgenti passioni anche contrastanti, come amore e odio, saranno le autentiche protagoniste di una storia che non scorderemo facilmente.

 Vincenzo Maria D’Ascanio, 18 Luglio 2021

La donna lugubre e feroce.


Che la morte sarebbe passata, prima o poi, in quel paese, sfortunato, lo prevedevano tutti. I saggi raccontavano la leggenda. Secondo quest’ultima la morte aveva la figura di una donna, essa con gli occhi rossi di sangue e con le labbra asciutte dell’odio camminava per le strade desolate, toccava con le sue mani lunghe dalle quali spuntavano delle unghie sporche tutte le superfici delle mura, se erano ruvide o lisce ad ella non importava, le toccava e gemeva d’un gemito tutto suo.

Gli abitanti di Orostou, la immaginavano avanzare negli asfalti e affondare con i suoi piedi nella superficie di cemento, questi lasciavano impronte ad ogni passo e lacrime in ogni via. Ella poi si raccontava che si nascondesse in un vecchio capanno, ma non era un capanno normale quello! Era infatti sottoterra, i vermi camminavano su quel suo letto ch’era fatto di carcasse di porco e dormiva sulle orbite inesistenti d’un cranio d’animale.

Ogni notte usciva sorridente con il puzzo del male, guardinga ballava delle macabre danze e mostrava i denti alla luna, denti ch’erano sporchi di resti di pelle. La morte, si diceva avesse delle occasioni malevole prescelte, ella ogni notte guardava oltre il suo capanno misterioso e osservava la luna, se la luna accanto a sé aveva una stella la donna applaudiva gioiosa, affamata di carne.

In quelle notti rideva sguaiatamente quando si fermava a guardare gli abitanti; erano così minuti e pestabili per lei, così miseramente piccoli e intimoriti, ch’ella si divertiva nel notare nei loro occhi la paura. La morte si diceva tornasse a casa sazia dopo la sua nauseante cena, tornava a casa serena lasciando dietro di sé le grida disperate degli uomini.

Ella aveva un’amante, l’amoroso era il vento, quello forte e impetuoso, quello che faceva male al viso e toglieva la vista agli occhi, spesso uscivano insieme loro due, gli amanti del dolore, passeggiavano in quei vicoli bui abbracciati d’un canto tenebroso e maledetto. Gli abitanti non uscivano di casa in quelle sere, sapevano bene che i due furibondi erano per le strade, gli abitanti lo sapevano bene che quel vento non voleva tornare a casa senza aver mangiato qualche cuore umano. Il vento del cattivo destino lo chiamavano, quella forte energia che sembrava voler buttar giù le case e rubare le persiane da esse.

Che la morte sarebbe passata prima o poi lo sapevano tutti, ma che avesse preso di mira quei poveri ragazzi nessuno l’aveva immaginato e nessuno voleva credere a quell’angosciosa musica che si aggirava per le vie; l’odio seminato dava già i suoi germogli e la morte seduceva un altro seguace. Che la donna lugubre sarebbe passata, era cosa certa, si sapeva, si, ma che avesse tanta fame, non lo sapeva nessuno.

Tutto in una volta si era presa, tutto si era portata via in una sola notte, lasciando il corpo di Francesco Murgia a terra e dei cuori rotti più in là. Tutto aveva mangiato la strega! Tutto ciò che di bello aveva quella famiglia perché come dicevano gli abitanti, non ce ne era altro al mondo come Giovanni. Era forse un modo per contemplare la morte quel dare dell’unico all’ormai corpo morto, ma fatto sta che come Francesco non ne sarebbero nati altri. La morte aveva armato la mano di qualcuno quella notte, e che non era una notte qualunque, la festa della Beata era quella! Quella puttana non aveva rispettato neanche il giorno religioso, passando svelta a suonare lo sparo. Contemplava invisibile lo strazio, ammaliata da tante lacrime e cibante di sale godeva.

Gli abitanti non osavano neanche chiedersi cosa avesse fatto quando aveva visto Maria, che piangente e distrutta stringeva il suo uomo, no, non volevano neanche immaginare cosa la morte aveva fatto quando aveva sentito quello che per lei era una melodia erotica. Poi annoiata, era tornata con le labbra rosse dal suo vento e quella sera stessa si diceva che avessero fatto l’amore. L’ignobile figura capace di togliere occhi alle aquile e spezzare mani ai forti, ora dormiva, mentre il devasto raggiungeva quel povero figlio.

 Tratto dal romanzo “Barbarìa” di Pierangela Massaiu, Sa babbaiola Edizioni, anno 2021.


I dolori della faida.


 

- Comincerà un’altra faida - sussurrava la gente paesana, -e stavano pure insieme quei due ragazzi, misero il mondo! -.

I loro erano cantici di tristezza mista ad una curiosità maligna; le voci mormoravano opinioni conclusive, sapevano già come da quel momento in poi, le cose sarebbero andate. Erano discorsi fatti a bassa voce, esile il loro parlare accompagnato da occhi preoccupati. Alcuni animi erano tristi, altri erano meno scossi, più lucidi e distaccati rispetto ai fatti accaduti. D’altronde al male ci si abitua e nel villaggio erano molte le case colorate dal rosso vischioso del sangue e tante le anime piegate da quel tipo di dolore. Atroce dolore.

Quante tavole vuote, piatti allineati nelle credenze insieme a quello mai più sistemato a tavola per alleviare la fame del vivo. Posti negati alla vita in sere o mattine pungenti per mano di improvvisati giudici che si erano dati il compito della decisione che spettava invece a Dio. Gli occhi piangevano lacrime dello stesso sapore e quei fatti riportavano alla mente, visi e ricordi. Alcune madri si ritrovavano a baciare le fotografie dei figli ergastolani, a parer loro martiri di vite dure e di una privata libertà.

Qualcun’altra vestita col nero del lutto, si piegava, senza conforto, in preghiere dedicate al figlio ucciso. Lacrime di ogni età raggiungevano le gote ruvide dei visi. Era dura la realtà dell’odio che alimentava l’anima di un ballo affamato. Anime colpevoli riprendevano l’equilibrio e contemplavano il loro personale perdono, d’altronde la vita quella era, chi non aveva sofferto in un modo o in un altro, mentre i piedi toccavano quella terra in germoglio?

-Uccidere non fa di te un essere spietato, il fatto di aver ucciso non fa di te una brutta persona! -,tale gesto significava errore o azione dovuta per ristabilire un amaro vivere e sanare un onore leso.

Nella sua modesta casa Don Luigi, si apprestò a prepararsi per dir messa, si chiese quante fossero state le anime flagellate che lo avrebbero ascoltato quella sera. Donne dagli occhi colmi d’odio che con le mani tremanti stringevano il rosario e che con la loro voce avrebbero cantato verso il Cristo. Quante passioni simili a quella del Figlio di Dio accadevano in quella misere strade, a portare le croci erano le madri, sofferenti della loro stessa colpa, le stesse donne che seminavano odio e che vedevano cadere i figli. I paesani uscivano più frequentemente ora a comprare i giornali, cercando notizie e tenendosi informati sulle indagini, in tanti constatavano che -sa zustiscia-era lontana dal capire quella verità.

Nella sua piccolezza Orostou contava tremila anime, e tra queste vi erano uomini disposti a rischiar la vita per salvare cognomi e radici. Nell’impugnare le armi, non vi era alcuna gioia, spesso alla vista del sangue nemico si provava la sensazione di liberazione dalla rabbia, essa s’intanava nei piccoli angoli dei nervi. L’anima tornava calma, la rabbia lasciava spazio all’inquietudine. I colpevoli dell’atto si guardavano alle spalle ed era un mistero la sorte della giornata; non vi era certezza riguardo alla sera, non sapevano se sarebbero tornati a casa a rivedere moglie e prole. Armi dormivano sotto le rocce nelle campagne, altre in cantine spaziose o sotto piccole fosse, pronte ad essere utilizzate per difendersi da un insana e attesa risposta. Vivevano di pronti riflessi e prudenza, nuovi modi di comportamento e preparazioni non dette ad un possibile addio.

 

Tratto dal romanzo “Barbarìa” di Pierangela Massaiu, Sa babbaiola Edizioni, anno 2021.

I giochi dei ragazzi in Sardegna: Sa Murra.


 

Tratto dal romanzo “Barbarìa” di Pierangela Massaiu, Sa babbaiola Edizioni, anno 2021.

Il suono della prima campana nato per indicare l’orario di ingresso non interruppe il loro gioco. Locci fermo sulle gradinate osservava i ragazzi che simultaneamente tendevano il braccio mostrando il pugno, oppure presentando un numero scelto di dita.

-Trese, affanculu chi besse !- L’espressione colorita di uno di loro lo fece sorridere.

Con strepitii e foga adagiavano le braccia verso il vuoto centrale, portandosi al viso il rossore della fatica. Era un quartetto diviso in due squadre messe l’una di fronte all’altra, all’esterno del gruppo un ragazzo teneva il punteggio, fiscale ed attento, ignorava dalla sua ferma posizione i primi indolenzimenti e l’abbassamento della voce dei giocatori. Al suono della seconda campana Locci salì le scale, ed anche i ragazzi, conclusa la morra, raccolsero gli zaini che se ne stavano adagiati nel cemento a costruire una valle dipinta.

Il cammino verso il diploma era una faticosa transumanza. La piaga dell’abbandono si notava di anno in anno e nel percorso che partiva dal primo al quinto, Locci non sapeva più tenere il conto di quanti allievi avevano lasciato gli studi. Chi per malavoglia, chi per il richiamo del dovere nei campi.

Compilando il registro durante l’appello confermò l’ennesima assenza. Non poteva fare altro, la scuola non poteva e non doveva arrivare dappertutto. L’irritante domanda che gli giaceva in testa era sempre la stessa; poteva fare di più per i suoi allievi? Poteva rubare le vesti ad un missionario e coraggiosamente andarli a riprendere come pecore smarrite?  Scosse il viso.

Non poteva trovare risposta se non nell’accettazione. D’altronde, non sarebbe stato cortese bussare alle porte e quindi maleducatamente invadere la privacy di quei nuclei familiari per dire parole già tante volte sentite.

-La scuola è essenziale per ciò che sarete ragazzi, per ciò che potrete essere-.

No, non poteva di certo bussare ad una casa vestita di lutto. Bisognava quindi far così, con remissione continuare la transumanza dei vogliosi di conoscenza, e se qualche pecora veniva persa durante il tragitto, il pastore doveva lasciarla al suo destino. Il pastore non doveva salvare il gregge dalle fauci dell’ignoranza e questo doveva cavarsela così, solo e nudo privo dello scudo del sapere.

Tratto dal romanzo “Barbarìa” di Pierangela Massaiu, Sa babbaiola Edizioni, anno 2021.

La Morte sarebbe passata, questo era certo.


 

Che la morte sarebbe passata ancora, lo sapevano tutti. La donna cantava tra le vie, divertita dalla sua furia, contenta del suo risultato. Due vite in una storia, forse tre o altre, altre ancora. Corpi stanchi messi sul suo tavolo, anime e gioie di cui cibarsi nel suo vecchio capanno. Si diceva che ella preparasse una gustosa dose d’ira nella sua sporca cucina e la iniettasse nelle vene degli abitanti, che storditi diventavano suoi figli.

Forse per questo le anime di Orostou si scaldavano presto e come i lupi digrignavano se mancava loro il rispetto. A causa di quella sostanza, era quindi sottile il passaggio alla rabbia, nutrita da un coraggio e da quel sentimento di sfida generazionale. La valentia infatti, copriva il derma d’una robusta uniforme ed una scatola scura diveniva l’animo, intoccabile e intangibile. I torti si piegavano alle porte dell’orgoglio e divenivano sudditi al cospetto dell’io. Senza dimenticanza il tempo scorreva, rammentando il nero scialbo degli imbuti, con vigilanza giaceva nella memoria, lì nelle purpuree ramificazioni della persona.

Le discendenze bollivano nel pozzo dell’offesa, e non vi era amnesia alcuna che potesse in qualche modo cancellare i visi dell’ingiuria. Si ritrovavano così, gli uomini del meraviglioso entroterra, come gli animali, a difendere il proprio territorio qui inteso come la loro dignità. Ira, era dolce il suo sapore e denso, lasciava dopo il primo istante la bocca un po’ più ruvida. Vendetta che grande imbroglio lasciavi ai tuoi assaggiatori, ai tuoi ammiratori, che nel dolce trovavano la durezza della tua essenza. Imbrogliati dal tuo aspetto liscio, quasi fluido, per ritrovarsi poi con la tua materia attaccata al palato. Cercavano di levarti via con la lingua, stancandola invano e dopo tale lotta inutile non restava altro che l’acqua. Le risa della donna echeggiavano in quelle misere strade; rideva la morte seduta a guardare il sipario, combinavano le designate azioni i burattini dell’odio, dal cuore di legno.

 

Tratto dal romanzo “Barbarìa” di Pierangela Massaiu, Sa babbaiola Edizioni, anno 2021

La legge parla chiaro, le creature non si toccano.


 

Le creature erano una specie a sé stante. Ossa privilegiate, ecco cosa erano! Piras osservò la corda che teneva tra le mani; poteva impiccarsi, farla finita e chiudere l’affanno. Poteva appendersi al gancio, così come faceva con le bestie, mettersi a penzolare e pisciarsi addosso a causa del flusso pressorio. Toccò la superficie ruvida e larga della fune e scosse il viso. Finire uccisi con le proprie mani non era una gran cosa, che senso aveva avuto allora, stare tutta la vita a lottare, a pestarsi, se alla fine si restava senza onore? Così era morto Carlo, ammazzato mentre cercava la fuga, la fine dei topi aveva fatto! Morto con gli occhi chiusi, preferendo la cecità alla vista della malasorte.

Non si toccano le creature, - sospitzzinnos -. Le creature avevano piccoli arti, piccole braccia ma erano sempre frutto dell’ira di Dio a seconda della stirpe. L’ira di Dio permetteva la nascita di quei pezzi di carne che mutavano poi in involucri maligni. Pena bisognava avere secondo il vivere comune, ma pure Carlo era stato un bambino e nessuno ci aveva pensato a questo, il miserabile che lo aveva sfigurato non aveva perso tempo a contare gli anni.

Non si era fatto domande sulla gioventù. Anche Carlo era una creatura; ventiquattro anni aveva infatti. Pure lui aveva aperto la mano alla ricerca di cure, e Marcello da buon padre gliele aveva assicurate in quelle notti gelide e infantili. Suo figlio era stato pisciato in faccia dalle nubi e fradicio aveva emesso l’ultimo respiro. Era stato lasciato nudo e solo nella strada aziendale, lì, dove non cercava altro che il pane.

Anche se non aveva gli arti corti, sempre un bambino era, negato e battuto. Un Cristo era stato, mentre cercava riparo in quella notte, con il peso della croce cadutagli in testa. Gambizzato per subire, per non sfuggire, filamenti recisi, così come l’identità. Cosa risultava essere l’identità se non il teatro che un cristiano teneva in piedi durante il vissuto? E di Carlo cosa restava ora se non una foto di quando era bambino, ridente e giocondo, mentre sedeva sulla schiena di un cavallo domato. E pure le foto si consumavano, acquisivano il giallore del tempo e prendevano l’odore promiscuo della muffa. L’onore era sfuggito a suo figlio quella notte, stando dall’altra parte. L’onore era un migrante, ballerino, così come la vergogna

 

Tratto dal romanzo “Barbarìa” di Pierangela Massaiu, Sa babbaiola Edizioni, anno 2021

Prefazione al romanzo Barbarìa

  Il romanzo Barbarìa, dell’autrice Pierangela Massaiu, è un’opera profondamente legata al realismo letterario, poiché descrive con puntuali...